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	<title>Giaden Informa &#187; violenze in famiglia</title>
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		<title>Bambini, genitori violenti, perchè si picchia un bambino</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Nov 2009 04:03:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dott. Paolo Mancino</dc:creator>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Psicologia]]></category>
		<category><![CDATA[bambini]]></category>
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		<description><![CDATA[Parliamo di bambini.
Un bambino sfugge dalle mani della madre e corre per raccogliere una  figurina; la madre, spaventatissima, lo riacchiappa e lo percuote  violentemente.
Il bambino, che fino a quel momento aveva un’espressione serena e  divertita, ora è spaventato e dolente.
Ci domandiamo: quale forma educativa è stata veicolata dalla madre al figlio?
Il bambino [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.giadenonline.com/blog/wp-content/uploads/2009/11/genitori-violenti.jpg" alt='genitoriviolenti' class="left" />Parliamo di <strong>bambini</strong>.</p>
<p>Un <strong>bambino</strong> sfugge dalle mani della madre e corre per raccogliere una  figurina; la madre, spaventatissima, lo riacchiappa e lo percuote  violentemente.</p>
<p>Il bambino, che fino a quel momento aveva un’espressione serena e  divertita, ora è spaventato e dolente.</p>
<p>Ci domandiamo: quale <strong>forma educativa </strong>è stata veicolata dalla madre al figlio?</p>
<p>Il bambino ha appreso a non farlo più?</p>
<p>E anche se così fosse a quale prezzo ?</p>
<p>L’aggressione della madre ha un significato per il bambino ?</p>
<p>E qual’ è questo significato?</p>
<p>Prima di rispondere a queste domande voglio invitarvi a pensare se  avete mai visto una reazione diversa della madre o del padre nella  medesima situazione.</p>
<p>Mi viene in mente una scena in cui una madre abbraccia e bacia suo  figlio, contenta per lo scampato pericolo. Sono sicuro che questa  immagine ha un effetto più rassicurante di quella prima descritta. E<br />
in effetti penso che chi legge sia d’accordo con me su questa seconda  modalità di comportamento salvo, però, a fare dei distinguo sul suo  valore educativo.<br />
Si dirà che in questo modo il bambino continuerà a  comportarsi male e alla prossima occasione ripeterà il suo <strong>gesto  pericoloso</strong>.<br />
Vediamo ora di dare un significato alle perplessità prima  menzionate.</p>
<p>A due anni di età non è possibile attribuire un nesso causale tra il  correre per la strada con una buona motivazione e il pericolo di  essere investito da un auto.</p>
<p>Il <strong>bambino di due anni </strong>non è in grado di effettuare questa connessione  per cui l’espressione di rabbia della madre e le percosse gli appaiono  prive di significato.</p>
<p>Evidentemente questa non è una forma educativa perché il bambino  rincorrerà alla prossima occasione qualsiasi oggetto attragga la sua  curiosità, anche per strada.</p>
<p>Se non si comprende la ragione, una <strong>punizione</strong> è sempre inefficace;  anzi, le punizioni di questo genere nei bambini attivano una generica  e diffusa paura che investe completamente il bambino in qualsiasi<br />
altra situazione e lo inibirà nelle sue iniziative. Questa forma di  inibizione, cioè generica e pervasiva è stata descritta come impotenza  appresa in esperimenti compiuti sui cani qualche tempo fa.</p>
<p>Picchiare il bambino non ha alcun valore educativo e nemmeno lo aveva  nelle intenzioni della madre ma scaturisce unicamente dalla paura.<br />
Non  è un’eccezione: quando si prova una forte <strong>paura </strong>o si scappa, o si  rimane immobilizzati , oppure si aggredisce. Quindi la signora  ipotetica ha picchiato suo figlio per paura. </p>
<p>La sua <strong>reazione furiosa  </strong>ha l’unica motivazione nella paura provata e nel mancato controllo  della sua rabbia. Ipoteticamente possiamo immaginare che ella reagirà  allo stesso modo in situazioni simili, per cui l’aggressione del  figlio è la risposta al rischio di perderlo: l’angoscia e la collera  in questo caso procedono insieme.</p>
<p>Questo strano fenomeno doveva pur avere un valore adattivo un tempo se  permane ancora oggi. In realtà, la collera del genitore nei confronti  del figlio quando questo non si comporta secondo certe regole è<br />
giustificata ed è di un certo valore nel mantenere la relazione tra di  loro.<br />
Ma, com’è del tutto ovvio la <strong>collera</strong> può essere eccessiva e  incontrollata e portare a conseguenze orribili. </p>
<p>Fortunatamente non  tutti siamo portati a comportamenti così esasperati e brutali. Quelli  invece che non riescono a fare altrimenti sono stati essi stessi  vittime di un comportamento violento e sconsiderato da parte dei loro  genitori o, comunque, di chi li ha accuditi durante la loro infanzia.  </p>
<p>Queste persone sembrano vittime di un destino crudele che tende a  trasmettersi attraverso le generazioni dai genitori ai figli. In  questo modo i figli vittime di violenza diventeranno a loro volta, e<br />
loro malgrado, persecutori dei propri figli. E non è il caso solo di  condizioni di disagio economico o condizioni marginali.</p>
<p>Le <strong>violenze in famiglia </strong>avvengono in tutti i ceti sociali e commesse  da persone con un particolare disturbo di personalità maturato in  contesti a loro volta violenti.<br />
Ancora troppi <strong>bambini</strong> vengono  maltrattati dai loro genitori e il nostro orrore di fronte a questi,  al comportamento di questi genitori è oggi mitigato dall’aumento delle  nostre conoscenze sul tipo di infanzia vissuta da questi stessi  genitori.<br />
E anche se è inevitabile provare orrore di fronte ai loro  atti, il fatto di conoscere di più sul modo in cui sono giunti a  comportarsi così violentemente evoca compassione piuttosto che  biasimo. Ben lontano dal rifiutare di vedere che talvolta i genitori  agiscono in modo orribile, noi psicologi cerchiamo dei modi per<br />
soccorrere le vittime, i bambini come gli adulti, le vittime  psicologiche come quelle fisiche.<br />
Soprattutto cerchiamo delle modalità  per impedire che gli schemi di comportamento violento si sviluppino<br />
anche nelle nuove famiglie.</p>
<p>a cura del <strong>Dott. Paolo Mancino</strong><br />
Psicologo</p>
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